C’ERA UNA VOLTA IL TEATRO. MA DOMANI COSA SARÀ DI LUI?


C’ERA UNA VOLTA IL TEATRO. MA DOMANI COSA SARÀ DI LUI?

L'arte più antica dello spettacolo davanti alla sua trasformazione più radicale

Il teatro possiede una caratteristica apparentemente incompatibile con il nostro tempo: pretende che qualcuno sia fisicamente presente davanti a qualcun altro.

Un attore entra in scena. Uno spettatore lo guarda. Entrambi condividono uno spazio e un intervallo di tempo che non potranno essere riprodotti esattamente una seconda volta.

È accaduto per millenni.

Sono cambiati gli edifici, le scenografie, l'illuminazione, la drammaturgia, il rapporto con il pubblico. Il teatro greco non era quello elisabettiano, Shakespeare non lavorava nello spazio scenico di Stanislavskij e il Novecento ha frantumato quasi tutte le convenzioni che sembravano definitive.

Eppure una cosa è rimasta: un corpo vivo davanti ad altri corpi vivi.

Adesso persino questa certezza potrebbe essere messa in discussione.

Intelligenza Artificiale, realtà aumentata, ambienti immersivi, attori virtuali, scenografie generative, robotica, olografia e partecipazione remota stanno progressivamente costruendo qualcosa che potrebbe ancora chiamarsi teatro.

Oppure potrebbe meritare un altro nome.

Il teatro è già morto molte volte

Ogni nuova forma di spettacolo avrebbe dovuto ucciderlo.

Prima il cinema.

Poi la radio.

Poi la televisione.

Poi l'home video.

Poi Internet.

Poi lo streaming.

Eppure il teatro è ancora qui.

La ragione potrebbe essere molto semplice: cinema e televisione possono riprodurre magnificamente un attore, ma non possono riprodurre completamente la consapevolezza che quell'attore sia lì, adesso, davanti a noi.

Quando un interprete dimentica una battuta, quando dal pubblico parte una risata inattesa, quando qualcosa cade accidentalmente sulla scena, lo spettacolo cambia.

Non stiamo guardando una copia.

Stiamo assistendo a un evento.

Questa irripetibilità costituisce probabilmente il più antico vantaggio competitivo del teatro.

Ed è curioso che proprio nell'epoca della riproducibilità digitale possa acquistare un valore ancora maggiore.

Ma il palcoscenico non è mai stato tecnologicamente innocente

Contrapporre un teatro «puro» alla tecnologia sarebbe comunque un errore storico.

La mēchanē del teatro greco faceva letteralmente scendere gli dèi sulla scena.

Il Rinascimento sviluppò sofisticatissime macchine sceniche.

Il teatro barocco trasformò la prospettiva e la scenografia in strumenti di meraviglia.

L'illuminazione a gas rivoluzionò la percezione dello spazio scenico. Quella elettrica consentì un controllo della luce prima impensabile.

Microfoni, proiezioni, piattaforme mobili, automazione scenica e video sono entrati progressivamente nel linguaggio dello spettacolo.

Il teatro non ha mai rifiutato la tecnologia.

L'ha teatralizzata.

La questione contemporanea non è quindi se la tecnologia entrerà nel teatro.

C'è già.

La questione è che, per la prima volta, alcune tecnologie possono cominciare a comportarsi non soltanto come strumenti scenici, ma quasi come interpreti.

Entra in scena l'Intelligenza Artificiale

Immaginiamo uno spettacolo nel quale il testo non sia completamente scritto prima dell'apertura del sipario.

Un sistema di Intelligenza Artificiale ascolta gli attori.

Analizza ciò che accade.

Riceve input dal pubblico.

Genera alcune battute.

Modifica una situazione.

Produce immagini e suoni in relazione all'andamento della rappresentazione.

Lo spettacolo della sera successiva potrebbe essere differente.

Non perché gli attori abbiano improvvisato all'interno di una struttura, cosa antichissima, ma perché una parte della struttura stessa viene generata durante l'esecuzione.

Il testo teatrale cesserebbe allora di essere soltanto un'opera da rappresentare.

Potrebbe diventare un sistema di possibilità.

Il drammaturgo scriverà ancora battute?

Probabilmente sì.

Ma potrebbe non scrivere soltanto quelle.

Il drammaturgo del futuro potrebbe progettare personaggi, regole, conflitti, limiti e possibilità narrative.

Potrebbe stabilire che un personaggio possiede determinate conoscenze ma ne ignora altre. Che mente in certe circostanze. Che modifica il proprio comportamento in relazione alle reazioni degli spettatori.

In altre parole, potrebbe scrivere non soltanto ciò che il personaggio dice, ma le condizioni attraverso le quali il personaggio può generare ciò che dirà.

Sarebbe una trasformazione profonda della drammaturgia.

Dal testo alla struttura generativa.

Dalla battuta stabilita alla possibilità controllata.

Dall'opera chiusa all'opera variabile.

Un Amleto che può risponderci

Immaginiamo ora qualcosa di ancora più radicale.

Amleto termina il celebre monologo.

Ma invece di continuare la rappresentazione, guarda uno spettatore.

Gli pone una domanda.

Lo spettatore risponde.

Amleto replica coerentemente con il proprio carattere, con ciò che è avvenuto nelle scene precedenti e con l'universo shakespeariano.

Non una battuta preregistrata.

Una risposta prodotta in quel momento.

Il personaggio teatrale diventerebbe improvvisamente interrogabile.

Potremmo parlare con Amleto.

Con Lady Macbeth.

Con Vladimiro ed Estragone.

Naturalmente non parleremmo con Shakespeare o Beckett. Parleremmo con una costruzione algoritmica elaborata sulla base di determinate interpretazioni.

Ed è proprio qui che comincerebbe la discussione interessante.

Chi avrebbe scritto quella risposta?

L'attore virtuale

Se un'Intelligenza Artificiale può generare il linguaggio, altre tecnologie possono generare il corpo che lo pronuncia.

Avatar tridimensionali, personaggi sintetici, proiezioni volumetriche e sistemi robotici permettono di immaginare interpreti non umani sempre più convincenti.

Potrebbero recitare senza stancarsi.

Cambiare aspetto.

Invecchiare in pochi secondi.

Trasformarsi davanti al pubblico.

Parlare lingue differenti.

Persino apparire contemporaneamente in luoghi diversi.

Ma un interprete perfetto sarebbe necessariamente un grande attore?

Probabilmente qui incontriamo il limite più interessante.

La recitazione non consiste soltanto nell'eseguire correttamente una sequenza di comportamenti.

Un attore porta sulla scena il proprio corpo, la propria esperienza, la vulnerabilità, la possibilità dell'errore.

Quando sappiamo che può sbagliare, la sua riuscita acquista significato.

Un essere che non può dimenticare una battuta produce forse una performance perfetta.

Ma la perfezione potrebbe essere teatralmente meno interessante dell'imperfezione.

La scenografia smette di essere uno spazio

Anche lo spazio scenico potrebbe cambiare radicalmente.

Le proiezioni digitali hanno già trasformato molti spettacoli, ma la realtà aumentata consente un passo ulteriore.

Lo spettatore potrebbe vedere elementi inesistenti nello spazio fisico sovrapposti agli attori reali.

Un muro potrebbe crollare senza esistere.

Un personaggio potrebbe moltiplicarsi.

Il palcoscenico potrebbe trasformarsi da stanza a foresta, da foresta a città, da città a spazio cosmico senza alcun cambio scena tradizionale.

E ogni spettatore potrebbe persino percepire una versione leggermente differente dello stesso ambiente.

A quel punto la scenografia non sarebbe più soltanto qualcosa costruito sul palco.

Diventerebbe uno spazio informativo condiviso fra ambiente reale e ambiente digitale.

E se il pubblico entrasse davvero nella scena?

Il teatro ha continuamente modificato il rapporto fra spettatore e rappresentazione.

La quarta parete è stata costruita, abbattuta, ricostruita e nuovamente distrutta.

Le tecnologie immersive permettono però di portare questa trasformazione molto più avanti.

Lo spettatore potrebbe muoversi fisicamente nello spazio scenico.

Potrebbe scegliere quale personaggio seguire.

Potrebbe ricevere informazioni che altri spettatori non possiedono.

Potrebbe prendere decisioni capaci di modificare lo sviluppo narrativo.

A quel punto non assisterebbe semplicemente a una storia.

Entrerebbe dentro un sistema drammaturgico.

Il confine fra teatro, videogioco, installazione e performance diventerebbe estremamente difficile da individuare.

Forse non sarebbe necessario individuarlo.

Lo spettacolo potrebbe conoscere il proprio pubblico

Esiste una possibilità ancora più delicata.

Sensori e sistemi di visione artificiale possono analizzare alcuni comportamenti del pubblico.

Rumore.

Movimento.

Applausi.

Risate.

Silenzio.

In determinati contesti tecnologici potrebbero essere inferite anche altre forme di risposta.

Una scenografia generativa potrebbe quindi modificarsi sulla base della reazione collettiva degli spettatori.

Un passaggio potrebbe prolungarsi se suscita particolare attenzione.

Un ambiente sonoro potrebbe diventare più inquietante quando la sala diventa silenziosa.

Lo spettacolo comincerebbe quasi a percepire la platea.

Ma qui compare immediatamente una questione etica.

Fino a quale punto vogliamo essere osservati mentre osserviamo?

Il teatro senza teatro

Durante la pandemia abbiamo sperimentato una contraddizione interessante: spettacoli teatrali trasmessi attraverso uno schermo.

Erano ancora teatro?

La risposta dipende dalla definizione che utilizziamo.

Se basta che un attore interpreti un testo, probabilmente sì.

Se consideriamo essenziale la compresenza fisica di attore e spettatore, probabilmente no.

Il futuro potrebbe rendere la distinzione ancora più difficile.

Con ambienti virtuali condivisi, attori in motion capture e spettatori rappresentati attraverso avatar, persone situate in continenti diversi potrebbero incontrarsi all'interno dello stesso spazio performativo.

Non sarebbero fisicamente insieme.

Ma sarebbero temporalmente insieme.

Forse la compresenza teatrale del futuro non sarà necessariamente spaziale.

Potrebbe essere soprattutto temporale.

Una platea mondiale o milioni di platee individuali?

La digitalizzazione può inoltre eliminare uno dei limiti fondamentali del teatro: il numero dei posti.

Un teatro possiede cinquecento poltrone.

Una piattaforma digitale può teoricamente ospitare milioni di spettatori.

Ma la quantità modifica la natura dell'esperienza.

Una risata in una sala contagia chi ci sta accanto.

Un applauso nasce come fenomeno collettivo.

Il silenzio di centinaia di persone concentrate sullo stesso gesto produce una tensione che nessuna visualizzazione del numero degli utenti collegati può facilmente sostituire.

Il problema del teatro digitale non sarà quindi soltanto come raggiungere più persone.

Sarà come ricostruire la sensazione che quelle persone stiano davvero vivendo qualcosa insieme.

E il teatro tradizionale?

Potrebbe accadere qualcosa di apparentemente paradossale.

Più diventeranno comuni gli spettacoli digitali, generativi e virtuali, più il teatro completamente analogico potrebbe diventare prezioso.

Una stanza.

Un attore.

Una sedia.

Cinquanta spettatori.

Nessuno schermo.

Nessun algoritmo.

Nessuna amplificazione.

Quella che oggi può sembrare povertà tecnologica potrebbe diventare domani una forma di lusso culturale.

Esattamente come il vinile non è scomparso nell'epoca dello streaming e la fotografia analogica continua a esistere nell'epoca degli smartphone.

Quando tutto può essere riprodotto, l'irripetibile acquista valore.

Quando tutto può essere generato, il gesto umano può diventare ancora più significativo.

Il problema economico

Il futuro del teatro non dipenderà però soltanto dall'estetica.

Dipenderà anche dai costi.

Produzioni tecnologicamente sofisticate richiedono investimenti, competenze e infrastrutture. Allo stesso tempo, alcune tecnologie potrebbero ridurre il costo di scenografie fisiche, permettere la riutilizzazione di ambienti digitali e ampliare enormemente il pubblico raggiungibile.

Potrebbero emergere modelli produttivi nuovi.

Uno spettacolo potrebbe avere una versione fisica per poche centinaia di spettatori e contemporaneamente una versione immersiva destinata a un pubblico internazionale.

La stessa produzione potrebbe generare esperienze differenti.

Il teatro potrebbe smettere di essere economicamente legato esclusivamente alla capienza dell'edificio nel quale viene rappresentato.

Chi possiederà l'attore?

Esiste poi una questione destinata probabilmente a diventare esplosiva.

Se un attore viene digitalizzato, chi possiede il suo volto?

Chi possiede la voce?

Chi può farlo recitare dopo che il contratto è terminato?

E dopo la sua morte?

Potremmo vedere nuovi spettacoli interpretati da versioni sintetiche di attori scomparsi.

Laurence Olivier potrebbe recitare un testo scritto nel 2050.

Eleonora Duse potrebbe essere ricostruita digitalmente.

Ma sarebbe ancora Duse?

E soprattutto: avremmo il diritto di farle interpretare qualcosa che non ha mai scelto di interpretare?

La tecnologia rende possibile la resurrezione scenica.

L'etica dovrà stabilire se e quando sia legittima.

Il teatro come laboratorio dell'umano

Forse proprio qui troviamo una ragione per cui il teatro potrebbe diventare ancora più importante.

Per secoli il palcoscenico è stato il luogo nel quale l'essere umano ha rappresentato se stesso.

Amore.

Potere.

Paura.

Morte.

Identità.

Tradimento.

Desiderio.

Ora dobbiamo affrontare qualcosa di nuovo: la convivenza con entità artificiali capaci di imitare alcuni comportamenti umani.

Quale luogo migliore del teatro per sperimentare questa relazione?

Un attore umano che recita con un'intelligenza artificiale non rappresenta soltanto una novità tecnica.

Mette in scena una delle questioni filosofiche fondamentali del nostro secolo:

che cosa rimane specificamente umano quando una macchina impara a rappresentare l'umano?

Non un teatro del futuro, ma molti teatri

Probabilmente l'errore consiste nell'immaginare che esista una sola direzione.

Non avremo il teatro del futuro.

Avremo molti teatri.

Teatro completamente analogico.

Teatro aumentato.

Teatro immersivo.

Drammaturgia generativa.

Performance uomo-macchina.

Spettacoli distribuiti simultaneamente fra spazi differenti.

Esperienze virtuali.

E probabilmente forme che oggi non sappiamo ancora nominare.

Alcune dureranno pochi anni.

Altre diventeranno nuovi linguaggi.

E nel frattempo continuerà probabilmente a esistere qualcuno disposto a entrare in una stanza buia per guardare un altro essere umano raccontare una storia.

C'era una volta il teatro

Forse fra qualche decennio uno spettatore entrerà in uno spazio senza palcoscenico.

Non ci sarà sipario.

Non saprà quali personaggi incontrerà.

Una parte della storia verrà generata mentre la vive.

Gli attori saranno in parte umani e in parte artificiali.

Le pareti cambieranno forma.

Il pubblico modificherà la rappresentazione semplicemente reagendo.

Ogni replica sarà realmente irripetibile.

E qualcuno potrebbe dire:

«Questo non è più teatro».

È una frase che la storia delle arti ha ascoltato moltissime volte.

Forse avrà ragione.

Oppure staremo semplicemente assistendo alla nascita di un'altra forma teatrale.

Perché il teatro non coincide necessariamente con il sipario, con la platea, con il palcoscenico o persino con un testo scritto.

Forse il suo nucleo è molto più elementare.

Qualcuno decide di rappresentare qualcosa.

Qualcun altro decide di assistervi.

E fra i due accade qualcosa che prima non esisteva.

Se questo continuerà ad accadere, il teatro non sarà morto.

Avrà soltanto cambiato, ancora una volta, il luogo nel quale incontrarci.


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