Carl Orff 1895

Carl Orff 1895

Sergej Prokofiev 1891

Sergej Prokofiev è stato un celebre compositore, pianista e direttore d'orchestra russo del XX secolo, nato il 23 aprile 1891 a Sontsovka, nell'Impero russo (oggi Ucraina), e deceduto il 5 marzo 1953 a Mosca, in Unione Sovietica.
Prokofiev ha dimostrato un talento musicale eccezionale fin dalla giovane età. Ha studiato al Conservatorio di San Pietroburgo, dove si è distinto per la sua abilità nel comporre e suonare il pianoforte. Durante i suoi anni di studio, ha mostrato uno stile musicale originale e innovativo, ma talvolta controverso, che ha suscitato l'interesse e l'ammirazione di molti.
La sua carriera musicale è stata caratterizzata da una vasta gamma di opere, tra cui composizioni per pianoforte, musica da camera, balletti, opere liriche, colonne sonore per film e sinfonie. Alcune delle sue opere più celebri includono il balletto "Romeo e Giulietta", le sinfonie n. 1 e n. 5, il Concerto per pianoforte n. 3 e l'opera "Guerra e pace".
Durante gli anni '20 e '30, Prokofiev ha trascorso del tempo all'estero, vivendo in particolare negli Stati Uniti e in Francia. Tuttavia, nel 1936, è tornato in Unione Sovietica, dove ha continuato a comporre mentre affrontava le sfide imposte dal regime stalinista. Le sue opere in questo periodo erano spesso soggette a critiche e censure da parte del governo.
Durante gli ultimi anni della sua vita, Prokofiev ha sofferto di problemi di salute e ha affrontato difficoltà finanziarie. Nonostante ciò, ha continuato a comporre e a esibire il suo talento musicale fino alla sua morte avvenuta nel 1953, lo stesso giorno di Joseph Stalin. La sua eredità musicale è rimasta influente nel mondo della musica classica, e le sue opere sono ancora eseguite e apprezzate in tutto il mondo.
1936 - Danza dei cavalieri (Montecchi e Capuleti) [di Sergej Prokofiev]
https://youtu.be/B6EDHdFdkeQ?si=mZ4T_2CDh0OfeS4i
Maurice Ravel 1875

Maurice Ravel è stato un celebre compositore francese del periodo post-romantico e del XX secolo, nato il 7 marzo 1875 a Ciboure, in Francia, e deceduto il 28 dicembre 1937 a Parigi. È considerato uno dei più grandi compositori francesi della sua epoca. Ravel è noto per la sua originalità stilistica, la sua maestria nell'orchestrazione e la sua precisione nella composizione. È stato un innovatore musicale e ha contribuito notevolmente allo sviluppo della musica del XX secolo. Tra le sue opere più celebri vi sono "Bolero", una composizione sinfonica famosa per la sua ripetitività e crescendo costante, "Daphnis et Chloé", una suite orchestrale tratta dall'opera balletto, e "La valse", un poema sinfonico che evoca l'atmosfera e il ritmo di un valzer. Ravel era noto per il suo stile musicale raffinato e per la sua abilità nel creare atmosfere evocative attraverso la musica. La sua musica è caratterizzata da armonie sofisticate, colori orchestrali distintivi e una particolare attenzione ai dettagli nella scrittura musicale. Oltre alle sue composizioni orchestrali, Ravel ha anche composto opere da camera, concerti per pianoforte e musica per pianoforte solo. È famoso per il suo lavoro meticolo e per la sua attenzione alla struttura musicale. L'eredità di Ravel nella storia della musica è di grande importanza e ha influenzato molti compositori successivi. La sua musica, ancora popolare e ammirata, è celebrata per la sua bellezza, la sua complessità armonica e la sua innovazione stilistica.
1930 - Bolero [di Maurice Ravel]
https://youtu.be/Urfjyj4FnUc?si=Y7KvFndDsGb00Qtg
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1872 - Go down Moses [di anonimo]

"Go Down Moses" è una delle canzoni più emblematiche del repertorio degli spirituals, i canti tradizionali afroamericani che affondano le radici nell’esperienza della schiavitù e nelle esperienze religiose degli schiavi africani nelle piantagioni americane. Sebbene le origini precise della canzone siano difficili da determinare, è chiaro che si sviluppò durante il XIX secolo, probabilmente alla fine degli anni 1800, e divenne parte integrante della tradizione musicale afroamericana, trasmessa oralmente attraverso generazioni di schiavi. Origini e Significato La canzone trae ispirazione dalla storia biblica di Mosè che guida il popolo di Israele fuori dalla schiavitù in Egitto, un racconto presente nell'Esodo. L'immagine di Mosè che va dal faraone per ordinargli di "far scendere" il popolo e liberarlo dalla schiavitù, venne reinterpretata dagli schiavi come una metafora per la propria oppressione e per il desiderio di liberazione. Nella versione della canzone, Mosè non è solo una figura religiosa, ma diventa anche simbolo di speranza, guida spirituale e lotta per la libertà. In "Go Down Moses", l'ordine a Mosè di "andare giù in Egitto" è un invito a combattere per la libertà, sia spiritualmente che fisicamente. La figura di Mosè, in questo contesto, assume un significato profondo, diventando un potente simbolo di resistenza contro l'oppressione, della speranza di salvezza e della promessa di un futuro migliore, proprio come i neri americani speravano di ottenere la loro liberazione dalla schiavitù. Testo e Struttura Il testo della canzone è semplice, ma estremamente potente. La ripetizione della frase "Go down Moses" si lega a un ritmo incalzante che incita alla determinazione e all’azione. La canzone si divide principalmente in un verso che ripete il comandamento a Mosè, seguito da un "call and response" (richiesta e risposta) tipico degli spirituals. Questo schema canoro era utilizzato per coinvolgere i cantanti in un atto di resistenza collettiva, rinforzando il legame tra il gruppo e la lotta comune. In alcune versioni, la canzone prosegue con riferimenti a Pharaoh, che rappresenta la figura oppressiva della schiavitù, ma anche come una figura che alla fine cederà di fronte alla forza collettiva dei lavoratori oppressi. Funzione nella Cultura degli Schiavi "Go Down Moses" non era solo un inno di speranza, ma anche una forma di protesta e di comunicazione segreta tra gli schiavi. Gli spirituals spesso contenevano messaggi cifrati, attraverso i quali gli schiavi potevano esprimere il loro desiderio di libertà senza attirare l’attenzione dei loro padroni. L’uso della Bibbia come riferimento nelle canzoni era particolarmente significativo, poiché il Cristianesimo, seppur imposto dagli schiavisti, divenne per molti schiavi una fonte di consolazione e speranza. Evoluzione della Canzone Nel corso degli anni, "Go Down Moses" ha subito diverse reinterpretazioni. All’inizio del XX secolo, la canzone divenne un elemento fondamentale nel movimento per i diritti civili afroamericani. Fu interpretata da molti artisti di grande calibro come Paul Robeson, il quale ne fece una delle sue canzoni più celebri. La sua interpretazione del brano, potente e piena di pathos, divenne un simbolo di resistenza e lotta contro le ingiustizie razziali. Impatto e Eredità "Go Down Moses" ha attraversato il tempo, diventando non solo un pezzo fondamentale del repertorio musicale afroamericano, ma anche un simbolo della lotta universale per la giustizia e la libertà. La canzone è stata anche un'ispirazione per vari movimenti politici e sociali, come la Marcia su Washington e il Movimento per i Diritti Civili, dove i leader del movimento per l'uguaglianza razziale come Martin Luther King Jr. utilizzavano la canzone come parte della loro retorica. Nel corso degli anni, "Go Down Moses" è stata interpretata da una vasta gamma di artisti, da Louis Armstrong a Harry Belafonte, fino a moderni interpreti del jazz e della musica gospel. Ogni versione della canzone ha portato con sé un'interpretazione personale e storica, mantenendo la sua essenza di lotta e speranza. Conclusioni "Go Down Moses" è una testimonianza musicale potente della resistenza e della speranza degli schiavi afroamericani. Attraverso questa canzone, gli schiavi riuscirono a raccontare la loro esperienza, mantenendo viva la speranza di un futuro migliore, libero dall'oppressione. Ancora oggi, "Go Down Moses" rimane una canzone di grande valore simbolico, un canto di liberazione che parla a tutti coloro che lottano contro l’ingiustizia.
1872 - Go down Moses [di anonimo]
https://youtu.be/Uz0sQDhx1rE
Franz Lehar 1870

Franz Lehár è stato un compositore austriaco, nato il 30 aprile 1870 a Komárom, nell'allora Impero austro-ungarico (attualmente in Slovacchia), e deceduto il 24 ottobre 1948 a Bad Ischl, in Austria. È conosciuto principalmente per le sue opere leggere e operette, tra cui la più celebre è "La vedova allegra" (Die lustige Witwe).
"La vedova allegra", rappresentata per la prima volta nel 1905, è diventata una delle operette più popolari di tutti i tempi. La sua musica vivace e orecchiabile, accompagnata da una trama leggera e divertente, ha fatto sì che questa operetta fosse un successo immediato e continua ad essere rappresentata in tutto il mondo.
Altre operette famose di Lehár includono "La contessa Maritza" (Gräfin Mariza), "Il paese del sorriso" (Das Land des Lächelns) e "Giuditta". Le sue composizioni sono caratterizzate da melodie accattivanti, valzer e arie romantiche che hanno reso la sua musica amata dal pubblico.
Le operette di Lehár sono apprezzate per la loro leggerezza, il loro umorismo e la loro musicalità coinvolgente. La sua capacità di combinare melodie orecchiabili con la comicità e il romanticismo ne ha fatto uno dei più popolari compositori di operette del suo tempo.
Anche se è noto principalmente per le sue operette, Lehár ha composto anche opere orchestrali e brani per il teatro, ma il suo grande successo e la sua popolarità duratura derivano principalmente dalle sue operette, che hanno continuato ad essere rappresentate e amate nei teatri di tutto il mondo.
La Stella dei soldati (Biondina capricciosa garibaldina) 1860?

"La Stella dei Soldati" (Biondina capricciosa garibaldina)
Un canto del Risorgimento italiano
"La Stella dei Soldati", conosciuta anche come "Biondina capricciosa garibaldina", è una canzone popolare italiana di autore anonimo, risalente probabilmente al periodo del Risorgimento, intorno al 1860 . Questo brano riflette lo spirito patriottico e l'entusiasmo dei volontari che partecipavano alle campagne militari per l'unificazione dell'Italia.
Origini e significato
Il testo celebra una giovane donna, descritta come "biondina capricciosa garibaldina", simbolo di ispirazione e ammirazione per i soldati. La figura femminile rappresenta la "stella", una guida luminosa e motivo di coraggio per i combattenti. Il termine "garibaldina" si riferisce alle donne che sostenevano attivamente le imprese di Giuseppe Garibaldi, eroe del Risorgimento italiano.
Il ritornello recita:
"E tu biondina capricciosa garibaldina trullallà,
tu sei la stella, tu sei la stella di noi soldà."
Questo passaggio sottolinea il ruolo simbolico della donna come musa e fonte di ispirazione per i soldati.
Struttura e diffusione
La canzone presenta una struttura semplice e ripetitiva, tipica dei canti popolari dell'epoca, facilitando la memorizzazione e il canto collettivo. Ogni strofa descrive elementi dell'equipaggiamento militare, attribuendo loro significati simbolici o ironici. Ad esempio:
"E le stellette che noi portiamo
son disciplina, son disciplina;
e le stellette che noi portiamo
son disciplina per noi soldà."
Questa strofa evidenzia come le stellette, simbolo del grado militare, rappresentino la disciplina tra i soldati.
La melodia orecchiabile e il testo evocativo hanno contribuito alla diffusione del brano tra i soldati e nelle comunità civili, rendendolo un inno non ufficiale del sentimento patriottico dell'epoca.
Evoluzione e varianti
Nel corso degli anni, "La Stella dei Soldati" ha subito diverse trasformazioni, adattandosi ai contesti storici e sociali. Durante la Prima Guerra Mondiale, il brano è stato ripreso con nuove strofe, mantenendo il ritornello originale, ma aggiornando le descrizioni dell'equipaggiamento militare per riflettere le condizioni dei soldati al fronte .
Esistono varianti regionali del testo, con modifiche nelle strofe per adattarsi ai dialetti locali o alle specifiche esperienze delle truppe. Tuttavia, il ritornello dedicato alla "biondina capricciosa garibaldina" è rimasto una costante, testimoniando l'importanza simbolica della figura femminile nel contesto militare.
Eredità culturale
"La Stella dei Soldati" rappresenta un esempio significativo di come la musica popolare possa riflettere e influenzare il sentimento nazionale. Il brano ha contribuito a rafforzare l'identità collettiva dei soldati italiani, offrendo loro un senso di appartenenza e uno strumento per esprimere emozioni e aspirazioni.
Ancora oggi, la canzone è eseguita in contesti commemorativi e da gruppi corali che celebrano la tradizione musicale italiana. La sua capacità di evocare lo spirito del Risorgimento e l'unità nazionale la rende un patrimonio culturale di valore storico.

Le temps des cerises 1868

"Le temps des cerises" è una celebre canzone francese, scritta nel 1868 da Jean-Baptiste Clément con musica composta da Antoine Renard. Questo brano è diventato uno dei classici della musica francese, con un testo poetico e melodico che esprime un senso di nostalgia e romanticismo.
La canzone evoca un'atmosfera malinconica, celebrando la bellezza e la dolcezza della vita, ma allo stesso tempo richiamando la nostalgia di tempi passati. Il titolo, che significa "Il tempo delle ciliegie" in italiano, simboleggia la gioventù, l'amore e la perdita, mentre le ciliegie rappresentano la dolcezza e l'effimero della vita. "Le temps des cerises" è stata interpretata da numerosi artisti nel corso degli anni e ha mantenuto la sua popolarità, diventando un simbolo della cultura e della musica francesi. La canzone è stata utilizzata anche in contesti politici e sociali come un inno di speranza e cambiamento durante periodi di movimenti di protesta e rivoluzionari. La sua bellezza melodica e il suo significato profondo hanno reso questa canzone un classico intramontabile della musica francese.
https://youtu.be/RCKMYEEpm_s
Nobody knows the trouble I've seen [di anonimo]1867

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Joshua fit the battle of Jericho [di anonimo] 1860?

"Joshua Fit the Battle of Jericho" – Lo spiritual della resistenza
"Joshua Fit the Battle of Jericho" è uno spiritual afroamericano risalente probabilmente alla metà del XIX secolo, tramandato oralmente dagli schiavi neri negli Stati Uniti meridionali. La canzone è stata successivamente trascritta e diffusa nel XX secolo, diventando un classico della musica gospel.
Un canto di fede e speranza
Il testo della canzone si basa sulla battaglia di Gerico, un episodio biblico narrato nel Libro di Giosuè (Antico Testamento). Secondo la Bibbia, Dio ordinò a Giosuè e al suo popolo di marciare attorno alle mura di Gerico per sette giorni, suonando corni e trombe. Al settimo giorno, le mura crollarono e il popolo ebraico poté conquistare la città.
Per gli schiavi afroamericani, questa storia assumeva un significato simbolico di libertà: Gerico rappresentava la schiavitù, mentre la caduta delle sue mura era la speranza della liberazione. Cantare questa canzone significava invocare forza, resistenza e fiducia in un futuro senza catene.
Origine e diffusione
Come molti spirituals, Joshua Fit the Battle of Jericho fu tramandata oralmente per generazioni. Fu pubblicata per la prima volta nel 1899 dal Fisk Jubilee Singers, un coro di studenti afroamericani che contribuì a far conoscere la musica spiritual in tutto il mondo.
L’uso del termine "fit" invece di "fought" nel titolo riflette la grammatica vernacolare degli afroamericani del tempo e la tradizione orale con cui questi canti venivano trasmessi.
Un inno alla libertà
Nel XX secolo, la canzone divenne una delle più celebri nel repertorio gospel e jazz, reinterpretata da artisti come Mahalia Jackson, Paul Robeson, Elvis Presley e Louis Armstrong. Durante il Movimento per i Diritti Civili, lo spiritual venne ripreso come simbolo della lotta per la giustizia e l'uguaglianza, proprio come era stato usato nel secolo precedente dagli schiavi in cerca di speranza.
Un classico intramontabile
Ancora oggi, Joshua Fit the Battle of Jericho è uno dei più potenti spirituals afroamericani, con la sua melodia energica e il suo ritmo incalzante. Il messaggio che porta con sé – la certezza che le ingiustizie possono essere sconfitte con la fede e la determinazione – continua a risuonare in tutto il mondo.
1860? - Joshua fit the battle of Jericho [di anonimo]https://youtu.be/n5WmR-7woWk
Go tell it on the mountain [di anonimo \ John Wesley Work Jr] 1860?

"Go Tell It on the Mountain" – Un inno di libertà e spiritualità
"Go Tell It on the Mountain" è un tradizionale spiritual afroamericano, risalente probabilmente alla metà del XIX secolo. La canzone, tramandata oralmente all'interno delle comunità nere degli Stati Uniti, è stata raccolta e pubblicata per la prima volta nel 1907 da John Wesley Work Jr., un importante studioso e arrangiatore di musica afroamericana.
Le origini tra fede e oppressione
Come molti spirituals, Go Tell It on the Mountain affonda le sue radici nelle piantagioni del Sud degli Stati Uniti, dove gli schiavi afroamericani utilizzavano il canto come mezzo di conforto, resistenza e comunicazione.
Il testo della canzone è ispirato alla nascita di Gesù ed è basato su immagini bibliche tratte dal Vangelo di Luca. Il ritornello "Go tell it on the mountain, over the hills and everywhere" invita a diffondere la lieta notizia della venuta del Salvatore, un messaggio di speranza e liberazione che assumeva un significato particolarmente forte per coloro che vivevano in schiavitù.
Il contributo di John Wesley Work Jr.
John Wesley Work Jr. è stato uno dei primi ricercatori a raccogliere e pubblicare gli spirituals afroamericani. Grazie a lui, Go Tell It on the Mountain è entrata nel repertorio scritto della musica religiosa americana, permettendone la diffusione e la conservazione.
L'opera di Work e della sua famiglia ha avuto un impatto duraturo nella storia della musica afroamericana, contribuendo a preservare le tradizioni orali e a portare gli spirituals all'attenzione di un pubblico più ampio.
Un canto di gioia e di lotta
Nel corso del XX secolo, Go Tell It on the Mountain è diventata una delle canzoni natalizie più popolari negli Stati Uniti, reinterpretata da artisti gospel, folk e pop. Tuttavia, il suo significato originario va oltre il Natale: nel periodo del Movimento per i Diritti Civili, la canzone è stata adottata come inno di resistenza, cantata durante le marce e le manifestazioni per la libertà e l'uguaglianza.
Grandi artisti come Mahalia Jackson, Peter, Paul & Mary e Dolly Parton hanno registrato versioni di questa canzone, mantenendo vivo il suo messaggio di speranza e giustizia.
Un’eredità senza tempo
Ancora oggi, Go Tell It on the Mountain è uno dei canti spirituali più celebri e amati. La sua melodia semplice e il suo testo potente continuano a ispirare credenti e non, trasmettendo un messaggio universale di libertà, fede e condivisione.
1860? - Go tell it on the mountain [di anonimo \ John Wesley Work Jr]
https://youtu.be/UAfIKeh04KU
La Bella Gigogin 1859

Se il Canto degli Italiani di Mameli rappresenta l'architettura istituzionale della nazione e il Va' Pensiero verdiano la sua anima elegiaca, "La Bella Gigogin" incarna la dimensione cinetica e popolare del Risorgimento. Composta alla vigilia del fatidico 1859, questa composizione non fu solo un successo editoriale, ma un vero e proprio catalizzatore psicologico per la mobilitazione bellica della Seconda Guerra d'Indipendenza.
Il brano vide la luce nel 1858, firmato dal compositore milanese Paolo Giorza. Musicista versatile, specializzato in balli e musica leggera d'uso, Giorza intuì la necessità di un repertorio che si distaccasse dalla solennità operistica per abbracciare ritmi più immediati e trascinanti.
Dal punto di vista musicologico, il brano si presenta come un pot-pourri di melodie preesistenti, riassemblate con una sapiente architettura ritmica. Il celebre "Rataplan" non è un semplice vezzo onomatopeico, ma una citazione diretta del rullante militare, elemento che trasforma la danza in una marcia di incitamento.
Il dibattito sull'identità della protagonista rimane uno dei temi più affascinanti per gli storici della cultura popolare:
Ipotesi Piemontese: "Gigogin" come vezzeggiativo di Giuvanin (Giovannina). La canzone avrebbe radici in antichi strambotti popolari piemontesi, riadattati per il pubblico lombardo.
L'Allegoria della Nazione: Molti studiosi interpretano la "bella ragazza" come la personificazione dell'Italia stessa, giovane, vibrante e finalmente pronta a "darsi" (ovvero a concedersi alla causa dell'indipendenza).
La Funzione Subliminale: In un'epoca di censura austriaca, il testo apparentemente innocuo ("Vienimi a trovar...") nascondeva l'invito alle truppe piemontesi e francesi a varcare il Ticino per liberare la Lombardia.
Il legame tra la canzone e le operazioni militari divenne inscindibile nel giugno del 1859. Le cronache dell'epoca riportano che la sera prima della Battaglia di Magenta, le bande militari franco-piemontesi intonarono La Bella Gigogin per sollevare il morale delle truppe.
La sua efficacia comunicativa fu tale da preoccupare i comandi austriaci: la musica agiva come un segnale acustico di identità e appartenenza, rendendo i volontari e i soldati regolari parte di un unico organismo politico. È interessante notare come lo stesso Giuseppe Verdi, attento osservatore dei moti popolari, riconobbe nel ritmo di Giorza una forza comunicativa tale da influenzare la successiva estetica degli inni garibaldini.
| Elemento | Caratteristica Tecnica | Funzione Sociologica |
| Tempo | Allegro brillante / Marcia | Stimolazione dell'adrenalina e coordinazione del passo. |
| Ritornello | Onomatopeico (Rataplan) | Memorizzabilità immediata e partecipazione corale. |
| Strumentazione | Ottoni e tamburi | Dominanza acustica in contesti all'aperto e parate. |
Nonostante la sua natura "d'occasione", La Bella Gigogin è sopravvissuta alla prova del tempo grazie alla sua capacità di evocare un'immagine gioiosa e non retorica dell'amor di patria. Oggi, il brano è oggetto di studio per chi analizza la comunicazione politica pre-massmediatica: come può una melodia diventare virale senza il supporto della tecnologia?
La risposta risiede nella capacità di Giorza di intercettare il mood di un'intera generazione, trasformando una richiesta di libertà in un passo di danza irresistibile.
1859 - La Bella Gigogin (Rataplan sento il tamburo) [di anonimo \ Paolo Giorza] (1858)